Presentazione dell’artista a cura di Maria Palladino
Le opere di Romina Lauriti rappresentano una scoperta a sé stessa, geografie interiori private di una pelle di rivestimento, poiché la comunicazione con l’esterno non avviene più in maniera tradizionale, pertanto non ha bisogno di un codice né di forme riconoscibili per essere compresa, le è sufficiente essere percepita, tramite quell’organo immateriale ed elettivo che è l’intuizione e rappresenta il fiorire di quella scintilla di divino che ha sede in ciascun essere umano, e che deve essere scoperta, per poter essere apprezzata.

L’artista ci invita ad entrare all’interno delle sue caleidoscopiche composizioni, le quali non possiedono parvenze figurative, ma vi alludono assemblando combinazioni di agglomerati biomorfi, forme curvilinee, tondeggianti, sferiche, richiamanti strutture cellulari, visceri animali, corolle floreali. La genesi di nuove creature, aliene e allo stesso tempo primordiali materializzazioni di pensieri e sentimenti nascosti.
Così in alto, come in basso, per la filosofia ermetica tutto è in continua mutazione, e in evoluzione: i colori di Romina paiono volerci dire proprio questo, dando voce a ciò che è recondito, esternando quello che la parola da sola non avrebbe altrettanta efficacia nel trasmettere e che trova il proprio percorso nella scorrevole fluidità delle cromie.
In questo senso, le sue pitture assumono una sembianza, un accorpamento, una disposizione che altre di tecnica simile non posseggono: perché è la sincerità del suo sentire che fa l’artista autentico, e che dimostra a chi guarda in che modo la forza di un’emozione possa emergere e diffondersi, similmente ad un’impressione tattile, sulla superficie dell’anima di chi osserva. La fisica quantistica ci insegna che ogni cosa è connessa, che ad ogni azione corrisponde un’eco proporzionalmente simile, e che per ogni gesto interviene un rispecchiamento: pertanto il caso non esiste, siamo soltanto noi, in rapporto all’eterno, liberi di scegliere, di superare quella paura atavica di guardarci dentro e finalmente riconoscerci per quelli che siamo, di accogliere quello che arriva ed essere capaci di manifestarlo.

Attività istintiva, la pittura, e l’astrazione in particolare, permette di abbandonare i confini del conosciuto, per immergersi in quel limbo nel quale le fisionomie del reale stemperano i propri confini per portarci a contatto con l’altro da noi, che è poi la nostra natura più intima. Astri, galassie, pianeti, concentrazioni di luccicante materia cosmica, riconducono al regno minerale, pietre preziose dalle tinte luminose e accattivanti, lasciano improvvisamente il posto ad efflorescenze traslucide ed evanescenti come ali di farfalla, madreperlacee come bozzoli di crisalidi da cui la nuova vita è pronta a nascere.
Non esiste un percorso di crescita che non sia doloroso, che non porti in qualche modo ad una lacerazione, un cambiamento che non preveda il superamento di un ostacolo, l’assimilazione di una verità difficile, simile ad un medicamento amaro, in grado però di aprire e donare visione ad altri occhi, capaci di scorgere e mostrare ciò che soltanto la mano libera di un’artista è in grado di portare alla luce.
I lavori della pittrice posseggono quasi tutti la caratteristica singolare per questo tipo di arte, di dar vita nella gran parte dei casi a formazioni ordinate, armoniche, spesso simmetriche, speculari, ritmicamente disposte, sovente circolari di una regolarità quasi sorprendente, dal dinamismo centrifugo o centripeto, e comunque mai inerti.
L’artista è il demiurgo in grado di compiere il processo inverso della creazione, ovvero scomporre la sostanza per ricercarne l’origine e i presupposti, non temere di “pescare nel torbido” se questo è ciò che arriva come messaggio, ponendosi ella da tramite fa il sé e l’altro da sé, senza tentare di opporre inesistenti barriere. Le paste cromatiche si effondono nella loro scorrevolezza sul supporto, e ciò che rivelano è un oracolo segreto ai sensi dei più, un talismano su cui spargere auspici di benedizioni. Il bianco domina e diviene respiro, alternandosi a ramificazioni che sono radici, tentacoli e reti sottili che imbrigliano l’esprimibile per renderlo manifesto.

La spirale, simbolo di eternità e ciclicità, il fiore, che estrinseca la parte in chiaro della esistenza e l’equilibrio, lo scorrere informe e coerente dell’acqua, parvenze di foglie, racemi e cortecce, ci riportano ad una naturalità e regolarità che oggigiorno sembra ormai troppo distante dalle nostre vite, ma che pure alberga in eterno dentro di noi, e sembra esortarci a prestarle nuovamente ascolto.
In altri casi il medium si raggruma, produce varchi bui, divenendo divenendo oscuro e catramoso: è lì che si annidano le zone d’ombra, che pure conserviamo, e che nel nostro passaggio terreno fanno da pertinente contrappunto al bene, al fine di poter palesare.
Nel diffondersi impetuoso di un magma primordiale, nel brodo ancestrale, in tumulti atmosferici di incessante vigore, ci osservano di quando in quando strane pupille, più o meno minuscole, che fungono da monito.
La pittura di Romina Lauriti si configura quale impulso spontaneo a lasciare andare, abbandonare le briglie dei moti interiori, ponendosi da tramite fra interno ed esterno grazie allo strumento essenziale del suo agire pittorico.
A dimostrazione che soltanto arrivando ad abbattere determinati argini, quali ad esempio quello della materialità, riusciremo a capire che in realtà non esistono confini che ci separino dall’oltre e dal tutto, è necessario semplicemente desiderare di far cadere il sipario.

